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| Intervento
di Giuseppe Provenzale al Campo di Corato, 31 maggio – 2 giugno
2008 |
| La crisi dell’uomo moderno nella società dei consumi e del denaro La crisi della modernità è ormai una crisi secolare. Uomini ed epoche che ci appaiono come esempi luminosi e quasi inarrivabili ne lamentavano la rilevanza già molto prima che noi tutti nascessimo anche se, ai nostri occhi, questi uomini e queste epoche si presentano come esemplari di ciò che ci pare sia definitivamente perduto. Questo significa che l’attuale stato di cose rappresenta, senza ombra di dubbio, il prodotto di un fallimento epocale che ci ha consegnato in sorte una realtà che pare registrare le estreme conseguenze della dissoluzione umana e sociale. Il denaro, unico idolo universalmente adorato, con i falsi miti di cui è portatore dirige i destini dei popoli secondo la cieca volontà di chi lo manovra. Chi crede di possederlo ne è per lo più posseduto, chi non ne possiede è spesso disposto a vendere la stessa anima nella vana speranza di ottenerlo per poter acquistare ciò che gli stessi sacerdoti dell’idolo gli impongono di acquistare, per poi scoprire tragicamente come l’unica merce che è consentito comprare comporti solo la perdita della libertà e quindi della dignità umana. Inizierei ad affrontare il tema proposto con un paio di domande, provando a dare via via qualche risposta in forma di appunti, per poi passare rapidamente a ciò che ci interessa prioritariamente: considerare quali soluzioni alla crisi sia necessario applicare in primo luogo a noi stessi che ci proponiamo di operare per la Ricostruzione Nazionale. Riguardo a quest’ultimo proposito, seguirò il solco tracciato da chi possiede, in quanto esempio concreto di vita votata alla Militia, le carte in regola per insegnare quel che noi tutti siamo chiamati ad imparare, visto che il senso della nostra presenza qui mi pare sia ascrivibile al desiderio di migliorarci come uomini e come militanti. Siamo sicuri si possa, a ragion veduta e vista la premessa fatta, parlare ancora di ‘uomo’ volendo parlare dei moderni? In quali termini è ancora possibile attribuire determinate qualità, tradizionalmente insite in questa denominazione, agli individui che si aggirano oggi all’interno di città che ricordano spesso dei pascoli o tutt’al più dei mercati? Parrebbe, infatti, molto più appropriato parlare di pecore o di consumatori, ultimo stadio involutivo della specie del cliente. Certo è, che trattiamo oggi di un uomo molto diverso da quello delle epoche che ci hanno preceduto, un uomo ormai incapace di contemplare e conoscere Dio nella contemplazione dell’ordine naturale, in un’epoca che questo stesso ordine pare sia riuscita definitivamente, e in ogni contesto, a ribaltare. Scriveva, ad esempio, Fulton Sheen, negli anni ’50 del ‘900, che l’uomo moderno “…è meno impressionato dall’ordine della natura che non dal disordine del proprio spirito” e che questo stesso disordine “è divenuto la sua principale preoccupazione”. A poco più di cinquant’anni di distanza da ciò che affermava questo illustre prelato americano, grande conoscitore di anime moderne, il disordine dello spirito è stato addirittura elevato a valore. Esso non costituisce più una preoccupazione ma, abbandonando l’interiorità che in qualche modo lo conteneva, è assurto al rango di norma comportamentale, quando non legale. Ciò che in passato costituiva la regola, la disciplina interiore della coscienza morale, subendo attacchi massicci e ormai secolari, ha assunto i connotati di vuoto retaggio di epoche “oscure” che non potranno mai più tornare, fantasmi lontani che nel migliore dei casi sono oggetto di studio del cercatore di culture scomparse e non certo dello studioso delle moderne dinamiche sociali né, tanto meno, dell’attivista politico. La direzione economica della politica, con i suoi risvolti effettuali sociali e di costume, ha prodotto nell’uomo una preoccupazione non più indirizzata verso un disordine interiore, ormai avvertito come normale, ma verso un disordinato e pilotato bisogno di soddisfare nell’immediato ogni impulso, ogni capriccioso desiderio. Il disordine è in libertà, e il dizionario che oggi è in adozione vede ridursi il numero dei vocaboli in esso contenuti; non vi si trovano più le parole che avevano accompagnato la storia illustre dei nostri padri: Dio, Patria, famiglia, Amore, sacrificio, disciplina, eroismo, onore, lealtà, Verità, Bene, Bello…Anche padre e madre, uomo e donna, seppure ancora per poco presenti, sono termini che appaiono come convenzionali e in febbrile attesa di essere sostituiti con altri più adatti a descrivere ciò che il divenire incessante e inarrestabile vorrà produrre. Al contrario, nuovi vocaboli fanno il loro ingresso, a volte sostituendo i vecchi, altre affiancandoli, per arricchire, oltre al dizionario, anche la nostra capacità di acquisire parole che neanche Orwell poteva immaginare potessero far parte di una qualche neo-lingua; citerò soltanto il caso del termine “Transgender”, uno dei pochi che il controllo ortografico del mio computer si ostina, giustamente, a sottolineare come un errore. Pare proprio, come scriveva Gustave Thibon, che in quest’epoca si debba “…lottare contro un male più universale e più tenace, contro il disordine infiltratosi nei nostri corpi, nei nostri costumi, nelle nostre istituzioni, intimamente mescolato all’aria che respiriamo. Non è più sufficiente curare i polmoni quando l’atmosfera è avvelenata”. Ecco, dunque, la questione centrale: ”… il disordine è nei nostri corpi, nei nostri costumi, […] intimamente mescolato all’aria che respiriamo”. Con questo tipo di uomo, che almeno in parte noi tutti siamo, ci troviamo, dunque, ad avere a che fare. La causa primaria di questo disordine che contraddistingue l’uomo odierno (primo vocabolo a latitare nel dizionario della modernità) e che determina un terribile allarme sociale, le cui autentiche cause vengono però ipocritamente proiettate all’esterno di quello che deve per forza conservare lo status arbitrario di migliore dei mondi possibili, risiede nella desolante condizione di un individuo senza Dio che, per questo motivo, pone se stesso e la società di cui fa parte in uno stato, mai prima d’ora così drammatico, di disordine e di caos. L’assenza di Dio ha infatti come effetto individuale e sociale l’oblio d’ogni parvenza di coscienza morale, con la tragica ricaduta che osserviamo quotidianamente in relazione alla mancata sopravvivenza di ogni sano retaggio tradizionale in ogni ambito dell’universo caotico della modernità. Il comune sentire odierno preferisce collocare Dio all’interno di uno spazio soggettivo, nei cui recessi Egli assume le sembianze dell’uomo decaduto che lo dipinge a propria immagine e somiglianza: “Niente gli dobbiamo, è Dio piuttosto che, se davvero ci ama, deve amare ogni nostro atteggiamento”. Questa morale soggettiva, per ciò stesso falsa, tende a giustificare l’esistente elevandolo arbitrariamente al livello di un concetto di bene che assomiglia sempre di più al modello ipocrita del perbenismo borghese, oggi degenerato fino al punto d’essere disposto a chiamare “amore” la sodomia e domani, chissà, ad estendere questa denominazione anche alla pedofilia. Ma, come dicevo, nessun ambito viene risparmiato. In un tempo in cui si straparla di solidarietà, tolleranza, pacifismo ed affini astratti pseudo-valori, l’individualismo ha raggiunto traguardi inauditi e sono sempre più rari, dalla politica al mondo del lavoro, gli esempi di chi agisca per un bene che non sia il proprio, presunto, bene personale, consistente per lo più nel consumare ciò che serva a consumare, prima di tutto, se stessi. Logico considerare come quest’ottica cieca sia di per sé suicida, conducendo alla morte l’organismo sociale di cui ciascuno, anche suo malgrado, fa parte e ponendo al di sopra di tutto le più infime pulsioni che accostano l’uomo all’animale, con l’aggravante che il primo è sempre responsabile delle proprie azioni e, come tale, colpevole del male arrecato nei confronti di chi dovrebbe servire, iniziando da se stesso come uomo, passando dalla propria famiglia, per salire fino alla Patria e a Dio. L’immediata conseguenza di questa analisi, per noi che siamo parte di un movimento politico che si propone come vera e propria Agenzia della Ricostruzione, una conseguenza che ci costringe ad agire, consiste nell’urgenza irrinunciabile di una Riconquista che parta da noi stessi, dai “nostri corpi”, dai “nostri costumi”, dalle nostre anime per poi essere trasferita al nostro popolo e alle istituzioni che vogliamo fare nostre. Noi, oggi, non dobbiamo semplicemente costruire l’uomo nuovo ma ricostruire l’uomo e con esso la società. Scriveva, opportunamente, Leon Degrelle: “ Noi usciremo fuori da questo decadimento solo attraverso un’immensa rettificazione morale, reinsegnando agli uomini ad amare, a sacrificarsi, a vivere, a lottare e a morire per un ideale superiore”. Logico, quindi, che per operare questa riconquista dell’uomo si renda necessario, in linea con l’insegnamento della Legione dell’Arcangelo Michele, “prima […] conoscere e correggere i nostri difetti e poi vedere se abbiamo il diritto di occuparci anche di quelli degli altri”. Abbiamo un nemico terribile da sconfiggere e questo avversario è in noi stessi, siamo noi stessi. Diceva Arnaldo Mussolini, rivolgendosi ai giovani della Scuola di Mistica Fascista “…Tutto quello che intacca l’integrità del carattere è assai grave. Voi dovete essere in questo senso intransigenti, domenicani. Siate fermi al vostro posto di dovere e di lavoro, qualunque esso sia, siate ugualmente capaci di comandare e di ubbidire”. Quanto di moderno c’è in noi, quindi, quanto di non umano? Quanto siamo capaci di essere intransigenti con noi stessi? Lievito fondamentale di questa “grande guerra santa” deve essere l’Amore, scritto, badate bene, con la maiuscola, parola anche questa, se ricordate, che non faceva parte del dizionario dei moderni; spero abbiate accettato, almeno in questa sede, che non si possa più chiamarli uomini, se non per mere necessità dialettiche. L’Amore era per Codreanu il punto di partenza del movimento legionario, il Capitano esortava sia i capi che i militanti a coltivarlo e individuava in esso l’essenza stessa dello splendido modello di vita che la Legione costituisce ancora oggi. “Osservatela un attimo, questa nostra vita legionaria, - diceva – e comprenderete quello che ci lega tutti quanti l’uno all’altro , grandi e piccoli, poveri e ricchi, vecchi e giovani”. La missione virtuosa, prima indicata dalle parole di Degrelle, l’impresa didattica, potrà essere compiuta solo da uomini ricostruiti, uomini legati reciprocamente da un vincolo d’amore posto a fondamento dell’azione politica che abbia come propria matrice una disciplina interiore della condotta morale che va interiorizzata, incarnata. L’Amore, infatti, che è dono e non effimero desiderio di possesso o astratto egualitarismo alla maniera moderna, ci vincola al dovere. Facciamo parlare ancora Codreanu: ” L’amore però non ci scioglie dal dovere della disciplina, così come non ci scioglie dal dovere del lavoro e da quello dell’ordine. La disciplina è un limite e una condizione della nostra libertà, allo scopo di conformarci sia ad una precisa etica di vita sia alla volontà di un capo. Nel primo caso osserviamo la disciplina per salire sulle vette della vita morale; nel secondo caso per ottenere la vittoria nelle nostre lotte […] . In quanto rinuncia e sacrificio, la disciplina non abbassa nessuno, perché qualsiasi sacrificio innalza, non abbassa”. Sembra proprio che, come conseguenza della presenza di Dio in queste riflessioni, tutte le altre parole scomparse che elencavo prima stiano a poco a poco rientrando in gioco. Non è un caso, naturalmente. Contrariamente a quello che normalmente pensano i moderni, infatti, e questo vale per tutte le realtà che alla Realtà Suprema sono connesse, siamo oggi costretti a sforzarci di capire ciò che agli uomini delle epoche passate appariva familiare come la contemplazione del Cielo: il concetto di Dio non è un’idea astratta ma una realtà, e in quanto tale, dotata di una grande concretezza; il Cielo è sopra le nostre teste così come la terra è sotto i nostri piedi: Firmamentum è infatti il nome che il Creatore decise di dare al Cielo. Di fatto, il cemento necessario al conseguimento della vittoria che vogliamo e dobbiamo ottenere ce lo fornisce la dottrina cristiana, in esso il perfezionamento individuale, premessa di quello sociale, è infatti strettamente collegato con lo scopo ultimo, la salvezza dell’anima, così come il mezzo è collegato al fine. Sempre Thibon, a questo proposito, ci regala la sintesi concreta del ragionamento che vi propongo: “il Cristianesimo unisce veramente la terra e il Cielo”. Come abbiamo sentito, grazie agli illustri esempi considerati in precedenza, la lotta politica, lotta di Ricostruzione sociale per eccellenza, non può fare a meno in alcun modo della disciplina fondata sul dono di sé e caratterizzata da un’elevata coscienza morale; l’assunto primario consiste allora in un’idea concreta che concepisca la lotta come capace di sublimarsi ai più alti livelli solo attraverso la subordinazione alla morale. Essa deve mirare con decisione ad estirpare radicalmente i mali connaturati all’utilitarismo moderno, causa principale della deriva che interessa i singoli e le società contemporanee. I modelli che ho presentato mirano senz’altro all’anima, e ci invitano, quindi, alla ricostruzione dell’uomo, all’edificazione dell’uomo nuovo. Assoluto deve essere, per chi si voglia liberamente conformare a questi modelli, il disinteresse nella lotta. L’interesse individuale non può far parte del bagaglio indispensabile ad intraprendere questo percorso; la rinuncia, il sacrificio senza l’Amore e la Disciplina sono impensabili. Questo tipo di scelta, così poco politica secondo i moderni criteri, richiede l’adesione ad uno stile di vita che, perfezionandosi nella pratica, deve assumere i connotati dell’integralismo. Non è sufficiente conoscere e comprendere, è necessario vivere realmente come uomini nuovi. Così visse e morì il fondatore della Scuola di Mistica, e discepolo di Arnaldo Mussolini, Niccolò Giani. Animato sempre da un incontenibile anelito di elevazione, Giani era un fervente cattolico e come tale si sentiva chiamato a continuare, nel migliore dei modi, la missione civilizzatrice che Dio ha affidato al nostro popolo, missione che in primo luogo lui stesso incarnava con estrema intransigenza, come un domenicano in armi, tracciando i contorni di quella forma veramente rivoluzionaria che nell’epoca in cui ci troviamo a vivere ci è sempre più necessario acquisire. Quale rivoluzione potrebbe essere più radicale? In quale modo, se non in questo, potremo dirci autenticamente rivoluzionari? “La vera rivoluzione […] rimette a punto […] la vita segreta di ogni anima” -sostiene Degrelle - e il compito dell’uomo che ha riconquistato la propria umanità non può essere, cristianamente, che quello di “recare luce” a chi ha smarrito la propria umanità, a quei vecchi uomini moderni che quali “spiriti ghermiti dalle ombre”, “anime che stanno cedendo” vanno soccorse per “reinsegnare [loro] ad aspirare a cose diverse da quelle corporali; [a] dominare l’imperfetto” elevandosi verso il perfezionamento di sé. Questa missione, che comincia all’interno delle nostre sezioni con chi sceglie di entrarvi per unirsi a noi, va estesa al nostro popolo, alla nostra Patria; in una parola: al nostro prossimo. Del resto, come diceva bene José Antonio cogliendo lo spirito di un celebre versetto biblico: “La vita è militanza e deve essere vissuta con spirito permeato dalla volontà di servire e di sacrificarsi”. Questa volontà non può che reggersi sulla fede che conduce all’assenza completa di egoismo e individualismo “la tensione di tutto l’essere verso il ‘servizio’[…] di una causa che va al di là dell’uomo, e che esige da lui tutto, senza promettergli nulla”. Sono i tratti di un’avanguardia, un’avanguardia di popolo. Non a caso, Degrelle parla di “flottiglia d’anime” , di “pugno di santi e di eroi che faranno la riconquista”; questo è il modello, questa l’umanità che noi per primi dobbiamo recuperare. La formazione del militante è, in primo luogo, formazione dell’uomo e quest’uomo, ci piaccia o no, proviene da un mondo che attraversa un’endemica crisi spirituale, questi deve poter trovare e condividere all’interno dei nuclei del nostro Movimento un’ autentica alternativa ai moderni stereotipi della politica laica basati su quegli pseudo-valori che tutti , a parole, sono disposti a censurare parlando dell’uomo decaduto. Deve poter trovare altro rispetto al mondo da cui proviene. No, non si tratta di utopia. Credo piuttosto sia l’unico modo per vincere sul male della modernità, la cui presenza perturbatrice finirebbe per vanificare qualunque successo quantitativo, eventualmente ottenuto preferendo Machiavelli a Codreanu. In questo contesto, è opportuno sottolineare che il ruolo di chi dirige è fondamentale e carico di enormi responsabilità, molto più rilevanti rispetto a quelle di chi viene diretto. E’ sempre Codreanu a precisare, infatti, che: ”Le responsabilità di un capo sono grandissime. Egli non deve allettare gli occhi delle sue schiere prospettando successi terreni, senza prepararle contestualmente allo scontro decisivo dove l’anima di ognuno potrà incoronarsi con la vittoria o con la sconfitta eterne”. Siamo soli, non illudiamoci, in questa battaglia. Le rovine ci circondano da ogni lato e la stessa Chiesa oggi sembra sposare le illusioni mondane e quella centralità dell’uomo che altro non è se non dimenticanza colpevole di Dio. Ma l’azione che malgrado tutto dobbiamo svolgere è, a maggior ragione, irrinunciabile e selettiva, per continuare a realizzarla non possiamo prescindere da una lotta contro quanto di non umano c’è in noi, mirando ad una vittoria che è possibile, perché siamo stati creati per questo e perché i millenni di Civiltà che ci hanno generato non possono essere trascorsi invano. Questa certezza si traduce nell’amore per un popolo a cui, da buoni “maestri”, dobbiamo prepararci a trasferire i risultati delle nostre vittorie individuali e comunitarie. Un popolo e una Patria che amiamo, proprio perché non ci piace così com’è. Il nostro obiettivo non è, quindi, distruggere; non attendiamo conclusioni cicliche di sapore orientale né igieniche catastrofi sociali, sappiamo che, nonostante tutto, l’umanità perduta sopravvive in ognuno di noi, perché crediamo nell’uomo creato per il Cielo e il nostro compito altamente politico non può che essere quello di agevolarne la vittoria e non certo la sconfitta eterna. In questo senso, credo sia basilare intendere e militare per il nostro Movimento non come si farebbe per una sigla qualsiasi al servizio di un’idea non meglio definita ma, piuttosto, con la consapevolezza di servire nei ranghi di un’autentica Agenzia della Ricostruzione che si trovi concretamente ad operare all’interno di una società sempre più dominata da potenti Agenzie della dissoluzione che appaiono vincenti, se non addirittura trionfanti. Al di là dei traguardi già raggiunti, e, soprattutto, in vista delle vittorie future, Forza Nuova aspira dunque alla formazione di uomini che, più che cavalcare tigri, siano in grado di costituire per il nostro popolo, con se stessi e la propria condotta di vita, in qualunque contesto essi si ritrovino ad agire, una teoria di esempi viventi della concreta possibilità di riuscire nel nostro ambizioso progetto di Ricostruzione. Un Movimento che mostri nei suoi stessi componenti che l’alternativa alla modernità è già presente ed operante, ed è ansiosa di offrirsi, con l’aiuto di Dio, alla Patria tutta. In questo senso, la vittoria più grande è proprio quella che raggiungeremo quando nulla avremo in comune con il moderno individuo oggi predominante. Solo allora sapremo regalare, anche all’uomo decaduto, i semi fecondi della Ricostruzione. Giuseppe Provenzale |