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L'UOMO NUOVO DI FRONTE ALLA DECADENZA,

SOPRA LE ROVINE?

Non che l’immagine non sia efficace, anzi, forse lo spirito stoico della celebre metafora di sapore evoliano le conferisce una suggestione particolare. Tuttavia, pur non perdendone di vista le indicazioni, mi permetto di cominciare il mio intervento, preferendo del resto Thibon ad Evola, riformulando la questione in questa maniera: come restare/diventare uomini in questo ambiente inumano? Facendolo mio, vi propongo il pensiero di Gustave Thibon: “Oggi noi dobbiamo lottare contro un male più universale e più tenace, contro il disordine infiltratosi nei nostri corpi, nei nostri costumi, nelle nostre istituzioni, intimamente mescolato all’aria che respiriamo. Non è più sufficiente curare i polmoni quando l’atmosfera è avvelenata”. Il primo passo, quasi scontato, richiede uno sguardo analitico. Esso ci induce agevolmente a rilevare l’ingombrante diffusa presenza di rovine da ogni parte. E allora, la risposta al quesito che ho formulato potrebbe essere semplicemente: operando per la ricostruzione! Abbiamo le rovine, ne siamo circondati, dobbiamo iniziare a rimuoverle e avviare la ricostruzione. La ricostruzione degli uomini o, se vogliamo, la costruzione dell’uomo nuovo. Ma qual è il senso della parola uomo? In latino ci sono due termini: Homo e Vir. Il primo indica solo una generica appartenenza biologica alla specie, il secondo rimanda a Virtus, denominando così l’uomo per eccellenza. Vir e Virtus sono dunque due parole, due concetti, strettamente collegati, hanno infatti la stessa radice. L’uomo allora, per essere autenticamente tale, deve essere virtuoso, perseguire la Virtù. Deve quindi tendere alla perfezione morale, vivere eticamente orientato. L’uomo nella sua essenza, e questo da sempre e fino a non moltissimo tempo fa, è un animale religioso, come ha giustamente affermato qualcuno (Burke, De Quatrefages). La Religione infatti, etimologicamente, è collegamento verso l’alto, verso ciò che trascende l’uomo stesso, è quindi lo strumento, la scala che conduce al Cielo e dunque a Dio. L’uomo virtuoso/religioso vive consapevole che esiste una dimensione che lo trascende e che il vivere da uomo comporta una condotta, un abitus etico-morale, che lo orienti, innalzandolo, in direzione del divino, che lo renda Uomo/Vir e non lo abbassi al livello infimo dell’uomo/homo. Questa dimensione, umana per eccellenza, che ha raggiunto il suo apice nell’epoca della Cristianità medioevale, va ripristinata. Oggi, infatti, l’uomo non è più Vir ma solamente homo, ha subìto un processo d’invecchiamento, nel senso di un progressivo decadimento della morale e dei costumi, consistente in primo luogo nello smarrimento della fondamentale “religiosità”. Direi senz’altro che la scristianizzazione ha condotto nei fatti ad una disumanizzazione, e questo mi ha portato alla diversa formulazione della questione, che assume sempre più l’aspetto di una catastrofe senza precedenti: rovine sopra rovine – Piove sul bagnato. L’uomo invecchiato, non più Vir, privato dell’autentica umanità, rovina oggi insieme alle rovine di cui è circondato, da cui è sommerso. Non prova neppure a rimanere in piedi; ritiene anzi che il rovinare sia una condizione normale, un adeguamento indispensabile per stare al mondo. Ruinare per vivere, questo è il suo motto. Vivere assecondando allegramente il movimento di rovinosa caduta. Perché provare a rimanere in piedi, o addirittura avviare una ricostruzione, quando le macerie appaiono come magnifiche costruzioni e il buono, il vero, il bello sono spesso e volentieri valori sconosciuti a cui non si è mai stati educati?

Bisogna mettere in cantiere, a questo punto, una sorta di metodo, una specie di didattica della ricostruzione dell’Uomo-Vir, dell’uomo religioso. L’opera può apparire immane, davvero proibitiva, e in un certo senso lo è sicuramente, ma in fondo essa è semplice. Le Agenzie della scristianizzazione, della disumanizzazione, della demolizione hanno operato nei secoli per giungere agli attuali esiti usando, come picconi, idee astratte; noi facciamo parte però di un’ Agenzia che opera per la ricostruzione. Questa impresa è, oggi, un’impresa eroica – di un eroismo nuovo, necessario. Si tratta di un eroismo fatto di piccole cose che, usando il cemento di un realismo estremo, vuole ricostruire ciò che l’astrattismo di certe idee ha distrutto. In questo l’uomo che vuole ricostruire se stesso è favorito paradossalmente dallo stato di estrema decadenza ormai raggiunto. Ogni avvio di riassestamento, anche individuale, assume perciò uno speciale valore. Si tratterà pur sempre di un avvio, in vista di un percorso più lungo, ma la ricostruzione, realisticamente, deve tuttavia cominciare, come è logico che sia. E’ doveroso però (cominciando da noi stessi; il militante rivoluzionario è avanguardia, aspira quindi in primo luogo a rivoluzionare se stesso) metterci di fronte ad un esame di coscienza preventivo, prima di presentare le linee progettuali che si intendono portare all’esterno. Quanto di moderno (pulsioni, idee, atteggiamenti, debolezze) è presente in noi? Quanto siamo distanti, spesso inconsapevolmente, dal non essere “uomini d’oggi” nell’accezione peggiore che questa locuzione comunica? Quanta resistenza opponiamo, noi per primi, al nostro autentico rinnovamento? Dobbiamo chiedercelo, nessuno escluso, e tanto meno chi vi parla, perché è chiaro che non si può dare quel che non si ha.

Queste domande, lungi dall’essere frustranti, possiedono un valore “energetico”, stimolante, dinamico e devono accompagnarci, nel corso di questa modesta esposizione, ma soprattutto nell’azione individuale da esercitare su noi stessi e in quella politica. E allora, realisticamente, la didattica di cui parlavo potrebbe articolarsi lungo un percorso tracciato da tre parole, autenticamente rivoluzionarie, capaci da sole di fornirci gli strumenti e i materiali per la nostra stessa ricostruzione e quindi per la ricostruzione della società; parole che sono cemento:Dio, Patria, Famiglia. Da sole costituiscono un programma, indicano la via, la sola da seguire, e dunque la causa a cui votarsi. Sono tre parole che ci chiamano al realismo estremo, alla concretezza, che, quali valori eterni, si contrappongono all’astratta e nefasta triade giacobina. La guerra contro Dio, la Patria e la Famiglia, del resto, è lotta contro l’uomo compiutamente inteso. Una guerra senza esclusione di colpi, tesa a privare l’uomo degli strumenti indispensabili ad essere tale. Una guerra contro i soli, veri diritti dell’uomo, e quindi dei popoli, consistenti in questi mezzi indispensabili per il perseguimento della virtù nella vita terrena e per il conseguimento della vita eterna. Una triade su cui edificare, su cui tornare ad innalzare l’uomo, i popoli e gli stati. Essa, se interiorizzata, incarnata ed autenticamente diffusa, possiede la forza rigenerante necessaria al parto di un uomo davvero nuovo e all’eutanasia, per una volta lecita, da offrire generosamente, in spirito charitatis, alla nostra epoca malata. D’altra parte, basta guardare a ciò che è stato demolito, in modo scientifico, direi controllato, per avvertire la portata realisticamente rivoluzionaria e normativa dei tre princìpi in questione. Nessuna rivoluzione interiore ne può prescindere così come, sul piano sociale, nessuna società desiderosa di guarigione ne può giudiziosamente fare a meno. Qui si tratterà della portata individuale della cura ma si terrà sempre a mente, secondo sani criteri tradizionali, che ciò che va bene per l’uomo va bene per gli uomini, come è evidente d’altronde che ciò che è stato distrutto nell’uomo è stato distrutto nelle società, dalla famiglia allo Stato. Un solo altro elemento aggiungerei, pur senza ritornarci nel prosieguo di questo intervento; il lavoro. La misura del fallimento delle Costituzioni e dei sistemi liberali e marxisti che, laicisticamente espellendo Dio dai princìpi su cui fondare le nazioni, non sono riusciti a soddisfare nemmeno i bisogni materiali. Il lavoro, necessario all’uomo per ottenere, con le proprie forze, la pienezza di una vera realizzazione e la possibilità di progettare il proprio futuro.

Cominciamo parlando di Dio dunque. Cosa pensiamo di Lui?

L’uomo decaduto attuale, in questo purtroppo incoraggiato dalla presente gerarchia ecclesiastica e dal parroco modernista (siamo dopotutto sommersi dalle rovine), vede il rapporto con Dio, la Religione, tutt’al più in modo personale-sentimentale. Pensa che Dio sia fatto a immagine e somiglianza dell’uomo stesso. Ritiene inoltre che questa immagine debba evolversi coi tempi e Dio con essa. “Dio ci deve tutto, noi non gli dobbiamo niente”. Si divinizzano, idolatrandoli e gonfiandoli a dismisura, i diritti dell’uomo decaduto, abrogando nei fatti i diritti di Dio. Così è Dio che deve abbassarsi per amore nostro, un amore a senso unico che non siamo tenuti a corrispondere, un amore anormale che si può anche non ricambiare, che può spingersi fino al punto di assecondare, secondo questa prometeica pretesa, i desideri e i costumi più infimi e degradanti; portando alla ribellione contro la natura stessa. Si pensi ad alcuni omosessuali, sedicenti cattolici, che pretenderebbero la benedizione divina, e molti sono certi di averla ottenuta, almeno ufficiosamente, per le loro unioni perverse! Uno dei quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio, diviene così un diritto per l’uomo rovinato. Ora, pur senza giungere a questi eccessi; cosa pensiamo di Dio? Proviamo a porci questa domanda. Se la nostra idea fosse di tipo sentimentale, personale essa non sarebbe un’idea virtuosa ma una parte rilevantissima, la parte più ingombrante, delle macerie che dobbiamo scrollarci di dosso, di cui dobbiamo liberarci per ricostruire noi stessi. Per riaffermare i diritti di Dio nella società dobbiamo iniziare a riaffermarli su noi stessi in qualità di creature. Dobbiamo sforzarci di capire che il concetto di Dio non è un’idea astratta ma una realtà, e in quanto tale, dotata di una grande concretezza: il Cielo è sopra le nostre teste così come la terra è sotto i nostri piedi. Firmamentum è infatti il nome che il Creatore diede al Cielo. Mi piace citare qui Arnaldo Mussolini: “La nostra esistenza deve essere inquadrata in una marcia solida che sente la collaborazione della gente generosa e audace, che obbedisce al comando e tiene gli occhi fissi in alto, perché ogni cosa nostra, vicina o lontana, piccola o grande contingente ed eterna, nasce e finisce in Dio. E non parlo qui (continua il fratello del Duce) del dio generico che si chiama talvolta per sminuirlo infinito, cosmo, essenza, ma Dio nostro Signore, creatore del cielo e della terra, e del suo figliolo che un giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù e perdonerà, speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra esistenza terrena”. Queste parole Arnaldo Mussolini le rivolgeva, pochi giorni prima di morire, ai giovani della Scuola di Mistica Fascista, destinati ad incarnare gli elementi imprescindibili da cui l’uomo nuovo voluto dal Fascismo doveva essere caratterizzato. L’ Uomo nuovo, il Vir, è quindi un uomo religioso “tiene gli occhi fissi in alto”, consapevole che “ogni cosa nostra […] piccola o grande, contingente ed eterna, nasce e finisce in Dio”.

Abbiamo a questo punto, se non altro dialetticamente, ristabilito le priorità:

Religiosità, quindi umanità - virilità. Sembra strano, immersi come siamo nella decadenza, che la parola virilità abbia in realtà questi significati. Tutti gli altri che le si attribuiscono non le appartengono, essi debbono servirci però per capire cosa la virilità non sia affatto. Molti pensano che l’uomo religioso sia, come dire, poco mascolino; ma è un’idea falsa, una maceria che va rimossa. L’uomo religioso è uomo senza aggettivi, ed è vincente. L’uomo che ritrova Dio, che ne difende i diritti ponendosi al suo servizio, si pone con semplicità al servizio della Patria e della Famiglia. L’uomo orientato verso la Virtù, essendo orientato a Dio, è al servizio della Patria (Amerai Dio con tutto il tuo cuore e il prossimo tuo come te stesso). Il prossimo, come dice sant’ Agostino, è chi ci capita in sorte. E’ quindi letteralmente chi ci è più vicino, chi vive con noi su uno stesso suolo ad entrambi comune, una terra su cui lavorare, costruire insieme e operare un’ autentica, reciproca solidarietà. La definizione si completa considerando la portata del quarto comandamento: “Onora il padre e la madre”. Si capirà con naturalezza che non abbiamo a che fare con astrazioni ma con piccole “cose” concrete: l’amore per il prossimo, l’onore dovuto a chi ci ha generato ed educato, unite all’amicizia tra i membri di uno stesso popolo e alla pietà verso coloro da cui discendiamo, ai quali siamo debitori di ciò che siamo e di ciò che abbiamo. E’ un debito che ci impone il preciso dovere di donarci alla Patria. Questo atto del dono di sé è una possibilità concreta che la Patria ci offre; la Patria terrena, immagine di quella Celeste, ci consente di vivere da uomini donandoci ad essa. Ci fornisce la reale occasione di esercitare la Virtù della carità. Scriveva un Sacerdote, che oggi si definirebbe di vecchio stampo, molto diverso da un don Vitaliano, da un don Mazzi o da un don Gallo: “L’antipatriottismo è un peccato, che può diventare mortale dinanzi alla giustizia di Dio, a causa dei gravi danni apportati alla carità verso il prossimo”. Ecco la Patria, quella che l’uomo decaduto ignora; chi mi capita in sorte, e quindi chi non sempre amo spontaneamente, e chi di solito amo spontaneamente e devo onorare. Quando si parla di Patria, poi, si parla di una terra e di un popolo reali e concreti. Una terra particolare, resa unica da Dio e dall’attività umana e spirituale di uno specifico popolo. E’ una dimensione fatta di terra, lavoro, carne e sangue; altro che vaneggiamenti quali: cosmopolitismo, mondializzazione e fratellanza universale. Queste ultime non sono altro che idee astratte, parole vuote, imperativi utopici e dagli effetti disumanizzanti, armi usate dalle Agenzie della demolizione controllata per regalarci quello che hanno il coraggio di chiamare “il migliore dei mondi possibile”. Voglio adesso utilizzare le celebri parole di un combattente, un eroe vandeano, un uomo che avvertì l’estrema pericolosità di certe astrazioni e che contro di esse lottò con tutte le proprie forze: ”La nostra Patria […] è tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra Patria è la nostra fede e la nostra terra, noi la sentiamo sotto i nostri piedi. […] E’ vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e che vogliono fondare sull’assenza di Dio. Noi, siamo la gioventù …”. Il ritorno alla realtà della Patria, discendendo da Dio, segna il programma, il percorso di ricostruzione. Mi pare quasi superfluo insistervi ancora, specie in questo luogo e dinanzi a voi, camerati. Aggiungo soltanto che, nella logica delle piccole cose che oggi costituiscono, come dice Thibon, atti d’eroismo, sia sufficiente passare ad incarnare in noi stessi quella che non è un’idea, ma una realtà che sta sotto i nostri piedi e, religiosamente, nei nostri cuori e nelle nostre anime. Tutto per la Patria, dunque.

Immagine naturale della Patria, in questa sorta di gioco di specchi, è la Famiglia che ne costituisce il nucleo indispensabile. Parlando di famiglia, l’eroismo fatto di piccole cose a cui spesso ho accennato, acquisisce un’ evidenza maggiore. Un tempo “mettere su famiglia”, educare un certo numero di figli, era una cosa normalissima; oggi questa piccola cosa diventa un atto straordinario. Anche la Famiglia, così come Dio e la Patria, richiede sacrificio ed esercizio della Virtù. C’è poco spazio per i diritti comunemente intesi. L’uomo virtuoso ha il dovere di essere padre, così come la donna virtuosa ha il dovere di essere madre. E’ un dovere verso Dio e verso la Patria. La portata ricostruttiva, e quindi rivoluzionaria, del “metter su famiglia” appare oggi dirompente, così come ho già sostenuto per le altre due realtà della nostra triade. Individualismo, nichilismo, autentica asocialità, perversioni spacciate come libertà, falsa razionalità e molti altri nemici attaccano la famiglia tradizionale. Prova ne sia che, persino il simulacro che certe famiglie rappresentano subisce oggi le aggressioni più violente. Anche certe famiglie “al passo coi tempi” si “ostinano” a perpetuare quello che è un modello prima di tutto naturale. E a chi tutto vuol distruggere non resta che scagliarsi contro quest’ultimo diaframma. Per scompaginare i residui equilibri, le Agenzie della distruzione hanno lavorato, in modo demoniaco, prima di tutto sulla donna; si è poi conseguentemente ridicolizzato il ruolo del padre per infine convincere i figli, spesso pochi e viziati, che i loro principali nemici fossero i genitori. Le ultime tappe della dissoluzione sono sotto gli occhi di tutti. Il termine ha ora bisogno dell’aggettivo “tradizionale”, prima superfluo, per comprendere che di famiglia naturale si stia trattando. La nostra opera di ricostruzione personale non può prescindere in alcun modo dal dovere naturale e religioso di costruire una famiglia e di difenderne il sacro ruolo nella società e nelle nazioni. Una famiglia sana è oggi un nuovo edificio che si erge sulle rovine circostanti; è come l’angelo di pietra che a Dresda sopravvive al disastro, testimoniando che non tutto è perduto e che un futuro è comunque possibile, nonostante tutto. Se tra qualche tempo i nostri giovani costituiranno altrettanti edifici familiari solidi e sani, avremo già vinto. Avremo dimostrato che quel “pugno di santi ed eroi “ che i tempi ci impongono di diventare ha dato i suoi frutti, mostrando che la ricostruzione è una realtà. Una realtà che si basa su ciò che Dio e i nostri padri ci hanno sempre insegnato, patrimonio che abbiamo il sacro dovere di trasmettere e incarnare, partendo da noi stessi, per costruire uomini degni di questo nome.

Un nuovo eroismo deve quindi levarsi su queste rovine, l’atto straordinario a cui siamo chiamati individualmente è in fondo semplice, naturale, dettato dal buon senso: ingaggiamo, come san Michele Arcangelo che oggi festeggiamo, la buona battaglia per Dio, per la Patria, per la Famiglia, per noi stessi; ché Uomini nuovi aspiriamo ad essere.

Giuseppe Provenzale