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INTERVISTA A GIOACCHINO BASILE

La redazione de "ilCuibpalermo.blogspot.com" (blog ufficiale di Forza Nuova Palermo) intervista Gioacchino Basile.

[...Biografia...]

Intanto, signor Basile, le porgiamo i nostri saluti e la ringraziamo per la sua disponibilità. Differenti sono le nostre storie: lei storico militante comunista di quel Cantiere che per anni fu, almeno sulla carta, feudo incontrastato del vecchio P.C.I.; noi spesso considerati, a causa del vuoto esercizio retorico che demonizza l'irriducibile avversario politico senza confutarne le argomentazioni, "nemici" di un popolo per il cui riscatto, al contrario, ci battiamo; essendo consapevoli che spesso i veri nemici indossano i panni degli amici, in tutti i sensi... Ci pare, proprio per queste ragioni, significativa l'occasione che ci fa incontrare, seppure attraverso un Blog, e ne approfittiamo per informarla del fatto che, da palermitani che amano la propria martoriata città, abbiamo sempre seguito le vicende che la riguardano ammirando il coraggio e l'onestà che l'ha sempre caratterizzata.

Lei è noto al grande pubblico, grazie anche ad una fiction televisiva, per la denuncia delle connivenze tra Sindacato e criminalità organizzata all'interno dei Cantieri navali. L'impressione di molti è che quei tempi - se non sbagliamo dagli anni '80 alla fine dei '90 - siano ormai un lontano ricordo. E' davvero così? Qual è oggi, secondo le sue conoscenze, la situazione alla Fincantieri?

Militante comunista fin dai miei 18 anni (1967), oltre alla follia ideologica dell'antifascismo, vivevo con quel partito il sogno di quei valori democratici che ci venivano quotidianamente estorti con l'inganno politico "dei compagni" dirigenti e con la violenza criminale delle borgate, governate dalle infami regole di "cosa nostra". La mia storia non è stata conosciuta grazie alla fiction televisiva; quella fu una conseguenza che andò in scena nel giugno del 2006. Non furono pochi i tentativi di sabotare quella fiction che, seppure trasmessa in periodo estivo, ebbe quasi 6 milioni di telespettatori per ognuna delle due serate. Quella fiction fu fortemente voluta da Alfredo Mantovano. Il regista e produttore Vincenzo Verdecchi, raggiunto l'obbiettivo di vederla andare in onda, dopo qualche giorno fu colto da un infarto. Lo stress accumulato in quei 4 anni d'impegno professionale ed economico e tutti i minacciosi tentativi portati avanti dalle Partecipazioni Statali per fare abortire anche quella che - a forza di tagli e cuci, di omissioni e di stravolgimenti - diventò l'annacquatissima e scolorita fiction, lo stavano uccidendo. Il titolo della fiction è "A voce alta"; se provate a cercarne una copia vedrete che non riuscirete mai a trovarla!!! Il produttore non volle registrare gli esterni del film a Palermo; aveva paura che qualche attentato alle attrezzature potesse metterlo in ginocchio economicamente. La mia storia e le mie battaglie frontali contro "cosa nostra" iniziarono già alla fine dell'anno 1982, quando il Direttore di Fincantieri - Giuseppe Cortesi - denunciò e fece arrestare i Galatolo ed alcuni loro accoliti; poi "quella vicenda fu sistemata" e noi lavoratori ci ritrovammo a denunciare alla Procura della Repubblica quel Direttore. Era il 10 maggio del 1987, quando incontrammo concretamente per la prima volta il volto omissivo della Procura palermitana ed il tradimento del Pci e della Fiom Cgil. Gli anni 80 e 90 non appartengono a tempi remoti della mia vita; sono il robustissimo pilastro che regge le pesantissime infamie omissive della Procura di Palermo, che non potevano assolutamente esercitarsi con Paolo Borsellino vivo. Quando la sera di giovedì 25 giugno 1992, presso la Bliblioteca Comunale di Palermo, consegnai per prima conoscenza l'esposto dossier a Paolo Borsellino, la mia storia di oppositore a "cosa nostra", al sindacato ed a Fincantieri era già conosciuta pubblicamente da molti anni anche dai media nazionali: primi fra tutti mi conoscevano e sapevano già; Michele Santoro (sic.) (anno zero), Attilio Bolzoni (Repubblica), Felice Cavallaro (Il Corriere della Sera), Saverio Lodato (l'Unità) e tutti quelli che negli anni 80 e 90 erano i cronisti della stampa e delle tv private della provincia palermitana: cito solo questi per darvi un'idea del ruolo subdolo che assumono molte volte quei media che si guadagnano la "pagnotta" con l'antimafia delle parole e quei prodotti editoriali, che "ubriacano la verità e la fanno diventare mistero". Quella sera - 25 giugno 1992 - non si presentò a Paolo Borsellino uno sconosciuto, ma un sindacalista espulso da quella Fiom Cgil, che a Palermo vedeva fra gli altri infami congiurati, principale protagonista, un ex operaio del cantiere navale - Carmelo Lupo - che quel mese di luglio 1990 era già componente della segreteria regionale e padre di due mafiosi a disposizione dei Graviano. Carmelo Lupo, oltre ad essere il mio principale accusatore, in sede probiviri regionali, cercò in tutti i modi - anche con spintoni provocatori - di farmi perdere le staffe per cambiare il capo d'accusa; dal nulla di "vuole costituire un nuovo sindacato" a quello di persona irascibile che lo aveva spedito all'ospedale!!! Ovviamente la famiglia Lupo ancora oggi è ben consolidata nella Cgil. Quel giorno, - quei luridi probiviri - non commettevano un errore; esercitavano un mandato a protezione degli interessi di Fincantieri, di "cosa nostra" e del sistema degli appalti in Sicilia, nella piena consapevolezza che mai e poi mai, la Cgil nazionale m'avrebbe concesso l'appello ai probiviri nazionali, dove potevo dimostrare con estrema facilità l'infondatezza dell' artificiosa accusa e l'indegno cuore marcio, di quello che un tempo era stato il sindacato degli eroi. La sera del 25 giugno 1992, davanti a Paolo Borsellino, non si presentò un "pentito", un Carlo Vizzini, oppure un Leoluca Orlando, ma un lavoratore e sindacalista di cui Fincantieri aveva cercato di liberarsi con un maldestro licenziamento. Quella stessa Fincantieri che, condannata alla mia riammissione sul posto di lavoro già dal mese di novembre del 1990, mi pagava gli emolumenti, senza per questo permettermi di rientrare sul mio posto di lavoro, facendomi così perdere il contatto con i miei compagni che, ormai terrorizzati dall'arrogante mafiosità del sindacato nazionale per dimostrare la loro arrendevolezza e godere dei prepensionamenti a 50 anni, acconsentirono anche alla chiusura del giornale aziendale "Dopolavoro Notizie"; l'unico strumento pubblicistico che dava voce alle nostre denunce contro l'infamia che si consumava contro la città di Palermo. Per l'azienda, il sindacato e "cosa nostra", dopo la mia espulsione dallo stabilimento fu tutto facile e nessun giornalista volle dare la notizia dell'infamia che si consumava verso un mezzo d'informazione che si opponeva a "cosa nostra"!!! Il 6 ottobre del 1994, grazie alle infami omissioni del Questore e del Prefetto di Palermo - saprò queste cose solo 5 anni dopo, grazie ale risultanze delle indagini della Commissione Antimafia - ed al vile inganno del mio avvocato, Fincantieri ottenne il mio licenziamento, da un "Tribunale del lavoro" palermitano. Per quel mio licenziamento sancito dai giudici, lo scandalo in città fu tremendo, ma nessuna voce politica si levò indignata contro il fatto che, "cosa nostra" Fincantieri e la Fiom Cgil, festeggiavano quella mia sconfitta ottenuta con il massimo dell' espressione mafiosa; quella che vedeva lo Stato, la Magistratura, i criminali, la politica ed il sindacato contro un uomo ormai solo e distrutto!!! Il primo fra tutti a guidare il concerto del silenzio fu proprio Leoluca Orlando, che da anni mi filava con il doppio giuoco a favore di Fincantieri e delle Partecipazioni Statali con le quali i suoi parenti erano in rapporti d'affari!!! Fincantieri è figlia d'un terribile compromesso politico-criminale; il suo illegale modello produttivo, che riversa sui contribuenti i costi delle sue pesanti difficoltà imprenditoriali, non ha futuro ed a brevissimo tempo ne vedremo e pagheremo le conseguenze.

Secondo lei, il Sindacato, specie al Sud, che per sua natura dovrebbe contrastare energicamente ogni infiltrazione mafiosa, può ancora svolgere quello che dovrebbe essere il suo ruolo o, avendovi definitivamente rinunciato, s'è ridotto ad essere un comitato d'affari come altri, interessato solo ai propri interessi e non a quelli dei lavoratori?

Il sindacato non ha mai svolto alcuna vera opposizione al crimine ed alla politica mafiosa e di quest'ultima era il servo più infame; nessun appalto criminoso, nessuna commistione fra crimine ed impresa può avvenire senza la convivenza del sindacato. Il sindacato è direttamente collegato a quei luoghi sociali e produttivi dove il volto criminoso della corruttela e della negazione dei diritti dei lavoratori si esprime pittoricamente nel suo indegno esercizio negazionista. Il sindacato, da almeno 30 anni, svolge un ruolo indegno ed infedele nei confronti dei lavoratori: pesca fra i lavoratori quei soggetti che appaiono più capaci nell'esercizio politico dei diritti, poi li stanca; passo dopo passo li compromette; li corrompe; e quando sono pienamente ricattabili li nomina suoi sgherri e li avvia alla professione di sindacalista!!!

Vuole spiegarci quali sono le battaglie che, lontano dai riflettori della ribalta antimafiosa, sta conducendo attualmente?

Alle ore 13:00 del 28 luglio 1997, chiusi a chiave la porta della mia casa e con la mia favolosa famiglia, per motivi di sicurezza, m'imbarcai sul volo Palermo-Venezia per recarci in una provvisoria località protetta: Udine. Successivamente, ancora per motivi di sicurezza - eravamo stati intercettati da un servo dei Galatolo - fummo trasferiti a Creazzo (Vicenza) . Circa 6 mesi dopo, Leoluca Orlando (su di lui e sul suo ruolo c'è da scrivere un libro a parte (sic!).) finalmente mi nominò suo Consulente per le problematiche sociali e sindacali; questo fatto, mi diede la possibilità di tornare a Palermo, di lavorare a contatto con la mia gente; spiegare però cosa ho visto, come venivano utilizzate le risorse economiche per il sociale e con quanta indegnità morale si divideva la merenda politico-clientelare, specialmente a favore dei delinquenti abituali definiti (sic!) ex detenuti è cosa troppo lunga. Orlando mi sopportava ma non si fidava di me: e faceva bene. Il 1 giugno del 1999, per imposizione del Governo, costretto dalle risultanze Giudiziarie della Commissione Antimafia, la Fincantieri fu costretta a riassumermi. Il 31 dicembre diedi le dimissioni per motivi d'opportunità. La mia riassunzione fu imposta all'unanimità dalle stesse persone che adesso stanno nei più alti scranni istituzionali, del governo e dell'opposizione: in quel tempo non avevo ancora scoperto il solido movente che determinò la strage di Stato di via D'Amelio!... Nel mese di aprile del 1999, da gente non disinteressata, fui convinto a costituire l'Associazione Antiracket di Palermo di cui mi fu data la Presidenza. Anche quella fu un'esperienza amarissima; in gran parte si trattava di gente inaffidabile che attraverso la strumentalizzazione politica del problema criminale puntava al denaro. Alle elezioni del 2001, accettai di candidarmi al Senato con la lista di Antonio Di Pietro, ma non fu una bella esperienza; anzi... Nell'anno 2003, mollai l'Associazione Antiraket di Palermo ed andai via definitivamente da Palermo; quella fu l'esperienza più diretta delle miserabili vergogne degli esseri umani di fronte al denaro e delle indegne strumentalizzazioni politico-istituzionali pagate con le risorse dei cittadini. In quei 4 anni, cercai in tutti i modi di far venir fuori le vergognose ed indegne strategie politiche che si avvitano attorno all'equivoco racket del cosiddetto "pizzo"; ovviamente non trovavo mai un luogo di confronto: Tano Grasso e compagnia, grazie all'appoggio politico del governo e dell'opposizione, agivano come quelli che per "cosa nostra" non sono mai stati un problema, ma un' importante risorsa. La mistificazione e lo stravolgimento della verità vissuta dalla povera gente nelle periferie deboli rafforza il crimine ed uccide la speranza fin dentro le coscienze della gente. Quando nel febbraio 2002, (in occasione dell'inizio dei lavori della fiction televisiva) cominciai a rendermi conto d'esser stato l'involontario artefice della strage di via D'Amelio, mi liberai da tutti i lacciuoli che potevano interferire con la mia libertà d'azione: anche da quello di mantenere (otturandomi il naso) la Presidenza dell'Associazione Antiracket, che mi dava "ruolo" ed imponeva al Ministero degli Interni di pagarmi l'aereo tutte quelle volte che volevo tornare a Palermo.

Lei dà, quindi, una chiave di lettura diversa, rispetto a quella oggi più gettonata, della stagione delle stragi. Le sue accuse, oltre che alla classe politica, sono rivolte anche a settori di una magistratura che, operando in Sicilia, parrebbe godere, a giudicare dal risalto di cui gode sulla Stampa, di una patente sicura di antimafiosità. Non è forse così?

Io non dò una diversa chiave di lettura; non ipotizzo scenari. Indico, al di là d'ogni ragionevole dubbio, che Fincantieri e pezzi importantissimi della Procura di Palermo si avvantaggiarono assai indegnamente e con rozza protervia della morte di Paolo Borsellino: senza se e senza ma. Indico inequivocabilmente Vittorio Teresi, oggi Procuratore aggiunto di Palermo, perché ho raggiunto la certezza scientifica che quelle sue infami omissioni, oltre alle Partecipazioni Statali, salvarono tutto il corollario imprenditoriale fotografato dal dossier Mafia-Appalti sul quale era impegnata l'attenzione di Paolo Borsellino e dei Carabinieri, che oggi s'intendono sacrificare sull'altare d'una assurda ipotesi investigativa. Vittorio Teresi e Bruno Contrada sono le chiavi diverse d'un risibile mistero!!! Ad onor di una sana riflessione chiedo: perché secondo voi Vittorio Teresi, Carlo Vizzini ed altri, non mi citano in un Tribunale penale per le mie pesanti affermazioni? Nessun sistema di governo, e qundi a maggior ragione nessuno Stato a Costituzione democratica, può utilizzare il crimine in "funzione regolatrice" senza l'indegno supporto logistico di pezzi importanti della Magistratura e degli addetti all'ordine ed alla sicurezza pubblica. In questo indegno modello di ipocrisia democratica (sic!) la funzione dei media e degli editori più influenti, che agiscono in funzione depistante accreditando attraverso le notizie ed i prodotti editoriali anche le ipotesi più risibili e meschine e con la protervia del silenzio, è importantissima. Quando questo sistema s'impone in un Paese a Costituzione democratica allora di quel Paese può dirsi, che è uno Stato a maggioranza mafiosa.

Ai tempi delle denunce sui Cantieri alcuni politici la aiutarono. Perché, secondo lei, oggi non è più così?

Mai e poi mai i politici mi hanno aiutato contro la protervia criminosa di Fincantieri e di "cosa nostra"; sono stati sempre costretti ad inseguirmi per darsi visibilità quelle volte che sono riuscito a bucare l'indegna diga dell'infame silenzio istituzionale. Ho scritto in quei termini positivi nei loro confronti la richiesta d'audizione in Commissione Antimafia, per non dare ai soliti meschini la possibilità di classificare la mia legittima e patriottica richiesta come irricevibile, anche se sono certo che non sarò mai convocato in quella Commissione Antimafia, che sarà costretta a convivere con la sua vergogna pur di non affrontare la verità, che riguarda l'indegno agire della cultura politica. Dai politici non mi aspetto alcuna dignitosa reazione che agevoli l'emersione della verità; nemmeno quella che potrebbe vedermi nelle vesti di calunniatore delle nostre istituzioni; loro, in gran parte, sono frutto e figli del ricatto... Nemmeno Silvio Berlusconi è interessato alla verità che lo salva dal disonore delle accuse infamanti che lo vogliono ispiratore o addirittura mandante di quelle stragi: se lui amasse il suo onore più del potere, ordinerebbe immediatamente al suo referente Beppe Pisanu di convocarmi in Commissione Antimafia, ma non lo farà mai...

Che ricordo ha di Paolo Borsellino, così diverso da lei per storia e formazione politica?

Ho avuto l'onore di vedere Paolo Borsellino due sole volte nella mia vita. La prima, fu nell'atrio del Tribunale di Palermo la sera di domenica 24 maggio. Lui era in alta uniforme - toga - di picchetto davanti alla bara di Giovanni Falcone: quella volta i nostri sguardi si dissero cose che non abbiamo saputo leggere. La seconda volta, fu la tarda sera del 25 giugno 1992 ed eravamo nel'atrio della Biblioteca Comunale di Palermo: dall'approccio che abbiamo avuto, ho capito che Lui sapeva di me ed era contento di rivolgermi la sua attenzione. Quella volta, insieme a due miei inseparabili amici, anche se schifato dal teatrino antimafioso dei Leoluca Orlando e compagnia mi ero recato in quell'incontro pubblico, organizzato da Micro Mega, solo ed esclusivamente per incontrare Paolo Borsellino e consegnargli l'esposto dossier con il quale dimostravo che Fincantieri pagava quel braccio armato di "cosa nostra" che aveva meso le bombe all'Addaura contro Giovanni Falcone ed aveva partecipato ai più importanti agguati mortali contro gli uomini delle istituzioni; vedi Rocco Chinnici, Dalla Chiesa ecc... Quel 25 giugno 1992 ero già nauseato fino alla massima potenza dalle indegne omissioni istituzionali, di cui non pensavo che potessero manifestarsi con ancora più infamia; ma Paolo Borsellino dentro quel triste teatro negazionista si evidenziava come la carta vincente, sia perchè voleva arrivare ai mandanti istituzionali e politici della strage di Capaci, che per sua natura ideologica: era in opposizione a quell'infame corollario "consociativo" che utilizzava "cosa nostra" in funzione militare contro gli uomini onesti delle Istituzioni. Paolo Borsellino non mi ha deluso ed io non deluderò Lui; ad ogni costo!!!

Cosa pensa di quei personaggi che hanno fatto del "professionismo antimafia" la chiave del proprio successo politico?

Mi fanno schifo, e loro lo sanno...

E' a conoscenza di rapporti tra cosa nostra e massoneria? Cosa pensa della tesi che vede la mafia come braccio armato di poteri forti ad essa apparentemente estranei?

Penso di aver risposto già a questa domanda; aspetto solo che qualcuno fra quei tristi attori politici ed istituzionali abbia il coraggio e la dignità di screditarmi, anche con accuse costruite nei tuguri di quelle note procure utilizzando il velenoso contributo del "pentitismo"!!!!

Siamo certi che lei vorrà lasciare un messaggio di speranza per una Sicilia che, nonostante tutto, non merita di vivere nello stato in cui si trova.

Sono e mi onoro di essere palermitano e siciliano; so per vissuto e per conoscenza di ricerca, quanto è impossibile sconfiggere l'infame modello "democratico" imposto alla mia gente ed ai cittadini del sud più in generale. So, per conoscenza diretta, quanto sia difficilissimo confrontarsi con le proprie idee quando a casa c'è bisogno di sopravvivere a quel bisogno che in definitiva è l'infame profitto dei politici. Ma so pure che il buon Dio mi ha fin qui aiutato a superare momenti difficilissimi; so che, nel mese di giugno del 1983, mi stavo sparando un colpo alla tempia per liberare la vita dei miei figli e di mia moglie dal mio pesante fardello di cadavere che cammina; so che ci sono ancora e che la mia favolosa famiglia, grazie a Dio, c'è ancora. So che quella mia bambina - aveva solo 2 anni - che mi fece tanto piangere, perché pensavo che non si sarebbe mai ricordata del suo papà, oggi - a soli 28 anni - è un avvocato e mi ha già regalato due bellissimi nipotini... So che Dio è con le mie ragioni e con quelle della mia gente; per questo dico ai miei concittadini: dopo tanta sofferenza e tanta solitudine forse non riesco a volervi bene, ma rispetto le ragioni delle vostre debolezze

Gioacchino Basile


La redazione de "Il Cuib" - Blog ufficiale di FN Palermo